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COP17 sulla desertificazione

COP17 sulla desertificazione: il suolo entra davvero nelle politiche alimentari?

di Riccardo Pallotta

Conclusa a Ulaanbaatar la Conferenza ONU contro la desertificazione. Finanza, suoli agricoli e siccità hanno guadagnato spazio nelle politiche internazionali, con nuovi strumenti e investimenti. Resta però aperto il nodo più difficile: un quadro globale condiviso per affrontare la siccità.

Dal 17 al 28 agosto 2026 Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, ha ospitato la diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD), sotto il tema Restoring Land. Restoring Hope. Si sono riuniti delegati di 196 Paesi, su un totale di 197 membri della Convenzione. Il contesto era particolarmente significativo: in Mongolia quasi il 77% del territorio è degradato e il pastoralismo resta una componente fondamentale dell’economia locale.

Alla chiusura la Presidenza della COP ha indicato un totale di 34 decisioni, ma il risultato politico non è uniforme. Su finanziamenti e progetti per aumentare la resilienza alla siccità sono arrivati passi concreti; sulla costruzione di un quadro globale per la gestione della siccità, invece, l’accordo non è stato raggiunto e il negoziato proseguirà alla COP18, in Egitto nel 2028. Il dato politico che emerge da Ulaanbaatar resta comunque rilevante: il suolo sta progressivamente uscendo dalla periferia delle politiche ambientali per entrare nelle discussioni su agricoltura, finanza, sviluppo e sicurezza alimentare.

Non solo ripristinare: decidere dove mettere le risorse

Uno dei nodi più concreti della Conferenza ha riguardato la finanza. Secondo la valutazione dei fabbisogni finanziari dell’UNCCD, per raggiungere gli obiettivi globali di ripristino e affrontare degrado, desertificazione e siccità servirebbero circa 355 miliardi di dollari all’anno fino al 2030. Gli investimenti attuali sono stimati in circa 77 miliardi: resta quindi un divario di circa 278 miliardi ogni anno, con la finanza privata che rappresenta appena il 6% degli investimenti globali per la riqualificazione del territorio.

COP17 non ha colmato questo divario, ma ha prodotto segnali concreti: governi, banche di sviluppo, fondi e imprese hanno annunciato un portafoglio di circa 1,3 miliardi di dollari per ripristino del territorio e resilienza alla siccità in 23 Paesi. È arrivato anche un nuovo strumento, il Drought Resilience Investment Facility (DRIF), creato da UNCCD e Lussemburgo, che punta a mobilitare fino a 400 milioni di dollari di capitale pubblico e privato per sicurezza idrica e agricoltura sostenibile. La COP ha inoltre presentato il primo Drought Resilience Index globale, pensato per aiutare i Paesi a valutare la propria capacità di anticipare e affrontare la siccità prima che la crisi si manifesti.

L’agricoltura è entrata nel negoziato

Uno dei passaggi più interessanti della COP17 ha riguardato la degradazione dei suoli agricoli. Il 19 agosto il Comitato per la scienza e la tecnologia dell’UNCCD ha presentato la guida Living soils, productive lands, resilient landscapes, dedicata a come evitare, ridurre e invertire il deterioramento dei suoli agricoli. Secondo le valutazioni FAO richiamate dall’UNCCD, oltre il 60% del degrado del territorio provocato dalle attività umane avviene proprio sulle terre agricole, compromettendo capacità produttiva e resilienza delle comunità rurali. Diverse delegazioni hanno richiamato la gerarchia della Land Degradation Neutrality: prima evitare il degrado, poi ridurlo e solo dopo intervenire per invertire i danni già prodotti.

Il 27 agosto, nella giornata dedicata a Food Systems and Soil Health, è tornato anche il tema più politicamente sensibile: come riallineare i sostegni pubblici all’agricoltura che possono incentivare pratiche degradanti, indirizzandoli verso una transizione rurale più sostenibile. Un suolo fertile, ricordano gli esperti, non è solo la superficie sulla quale produrre, ma un’infrastruttura naturale che trattiene acqua, immagazzina carbonio e rende possibile la produzione alimentare.

Il caso dei pascoli

I rangelands coprono circa il 54% della superficie terrestre, sono gestiti da circa 500 milioni di pastori e sostengono pressappoco due miliardi di persone. A Ulaanbaatar la Mongolia ha lanciato ufficialmente la Rangelands Flagship Initiative, che riunisce 45 progetti per circa 1,2 miliardi di dollari dedicati alla gestione sostenibile e al ripristino dei pascoli: secondo l’UNCCD si tratta della più grande mobilitazione di investimenti mai dedicata ai pascoli nella storia della Convenzione. Un’analisi economica presentata alla COP stima che i pascoli producano ogni anno servizi ecosistemici per un valore compreso tra 21 e 47 mila miliardi di dollari, e che ogni dollaro investito nel loro ripristino possa generare mediamente da 4 a 6 dollari di ritorno. Sono stime da leggere con cautela, ma utili a rendere visibile un costo — quello del degrado di un pascolo — che va oltre la semplice perdita di superficie produttiva.

Dalla Mongolia al Mediterraneo: la siccità europea è già qui

La Commissione europea stima che tra il 60 e il 70% dei suoli dell’Unione si trovi in condizioni non sane. Dal 16 dicembre 2025 è inoltre in vigore la prima normativa europea dedicata al monitoraggio e alla resilienza del suolo, la Direttiva (UE) 2025/2360, che punta a un quadro comune di monitoraggio e all’obiettivo di suoli sani entro il 2050. Il collegamento con la COP17 è diventato ancora più evidente durante l’estate 2026: il 12 agosto il Joint Research Centre della Commissione europea ha segnalato un ulteriore peggioramento della siccità in Europa.

Alla fine di luglio circa il 50% del territorio dell’UE e del Regno Unito risultava interessato da condizioni di siccità a diversi livelli di intensità, e il 9% si trovava in stato di allerta. Loira, Po, Reno e Danubio hanno registrato livelli eccezionalmente bassi durante l’estate. La distanza tra Ulaanbaatar e il Mediterraneo, a questo punto, diventa soprattutto geografica. La domanda è la stessa: come mantenere produttivi i territori quando le variazioni del clima e le disponibilità di acqua e suoli fertili diventano diventano sempre meno prevedibili.

Il limite politico della COP17: sulla siccità l’accordo non c’è

Dopo due anni di discussioni, le Parti non sono riuscite a raggiungere un accordo su un quadro globale per la gestione proattiva della siccità: alcuni Paesi hanno sostenuto la necessità di uno strumento più forte e vincolante, altri hanno preferito approcci meno prescrittivi affidati alle politiche nazionali. La decisione è stata rinviata alla COP18, prevista in Egitto nel 2028, ma con un risultato istituzionale: la siccità resterà un punto autonomo dell’agenda in tutte le successive sessioni della Convenzione. Nel frattempo è avanzata anche la Riyadh Global Drought Resilience Partnership, nata alla COP16, la cui prima Assemblea dei partner ha lavorato a un fondo comune per sostenere circa 70 Paesi a basso e medio-basso reddito. Il paradosso resta evidente: gli strumenti finanziari iniziano a prendere forma proprio mentre manca ancora un accordo politico globale su come affrontare la siccità.

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