Biodiversità agricola: non bastano i margini dei campi, anche le coltivazioni devono cambiare
di Riccardo Pallotta
Una ricerca pubblicata su Nature Communications mostra che prati permanenti e campi coltivati ospitano comunità di specie differenti e complementari. La conservazione della biodiversità agricola passa anche dalla gestione delle superfici produttive
Per tutelare la diversità ecologica degli agroecosistemi non basta guardare a ciò che circonda un campo. Siepi, prati permanenti, fasce inerbite e altri elementi seminaturali sono fondamentali, ma una parte della biodiversità vive anche all’interno delle superfici coltivate. È da questa osservazione che parte una ricerca pubblicata il 13 giugno 2026 su Nature Communications, che propone una lettura meno convenzionale del rapporto tra produzione agricola e conservazione della natura. Lo studio ha confrontato infatti 86 habitat accoppiati, costituiti da campi di colza e prati permanenti, distribuiti in 43 paesaggi di cinque Paesi europei: Bulgaria, Germania, Romania, Svezia e Svizzera. I ricercatori hanno osservato quattro gruppi biologici – piante, farfalle, api selvatiche e coleotteri carabidi – per capire quanto i diversi habitat contribuiscano alla biodiversità complessiva dei paesaggi agricoli e il risultato più interessante è stato quello di scoprire che non svolgono esattamente la stessa funzione ecologica.
Due habitat diversi, una biodiversità più ricca
Nel corso dello studio sono state registrate complessivamente 837 specie: 325 piante, 78 farfalle, 195 api selvatiche e 239 coleotteri carabidi. Un patrimonio biologico distribuito in maniera tutt’altro che uniforme tra campi coltivati e prati permanenti. Le praterie hanno mostrato una maggiore ricchezza di specie e un maggiore numero effettivo di specie per piante e farfalle. Quest’ultimo indicatore, a differenza della semplice ricchezza – cioè il numero complessivo di specie presenti – tiene conto anche di quanto siano abbondanti le diverse specie all’interno della comunità. In sostanza, permette di distinguere un ambiente in cui molte specie sono presenti in proporzioni relativamente equilibrate, da uno in cui poche specie sono molto abbondanti e le altre più rare.
Per api selvatiche e coleotteri carabidi, invece, i risultati sono stati differenti: la ricchezza di specie è risultata maggiore nei campi di colza, mentre il numero effettivo di specie non ha mostrato differenze significative tra colza e prati permanenti. Questo risultato non significa che i campi di colza siano equivalenti ai prati permanenti dal punto di vista ecologico. Allo stesso tempo, però, considerare i campi coltivati soltanto come superfici produttive e i prati come gli unici luoghi destinati alla biodiversità rischia di restituire un’immagine incompleta del funzionamento degli agroecosistemi. La ricerca ha infatti rilevato una forte complementarità tra i due ambienti: mediamente soltanto il 42 % delle specie osservate era presente contemporaneamente nel prato e nel campo di colza appartenenti alla stessa coppia. Le due superfici ospitavano quindi insiemi di specie in larga parte differenti.
Il campo coltivato non è un vuoto ecologico
È proprio qui che lo studio introduce un elemento utile per ripensare le strategie di conservazione: per anni una parte importante delle politiche agroambientali si è concentrata sulla conservazione o sul ripristino degli habitat non coltivati presenti all’interno del paesaggio agricolo, una strategia indispensabile, ma che rischia di essere incompleta se il campo produttivo rimane estraneo agli obiettivi di tutela della biodiversità. La ricerca mostra infatti che i campi coltivati possono ospitare comunità biologiche specifiche: nel caso della colza, molte specie sono associate proprio alle condizioni create dalla coltivazione e dal disturbo periodico del terreno; nei prati permanenti, invece, la maggiore continuità dell’habitat favorisce anche specie più specializzate e meno tolleranti ai disturbi frequenti.
La differenza è importante perché suggerisce che la biodiversità di un paesaggio agricolo non dipende soltanto dalla quantità di natura conservata ai suoi margini, ma anche dalla qualità ecologica degli spazi produttivi che li separano. Non si tratta quindi di scegliere tra produzione agricola e habitat naturali, ma costruire un mosaico nel quale le diverse componenti del paesaggio possano svolgere funzioni differenti e complementari.
Dalla protezione degli habitat alla gestione dell’intero sistema agricolo
La conservazione della biodiversità agricola deve intervenire quindi anche sulla gestione delle superfici produttive. È qui che le pratiche di agricoltura rigenerativa e agroecologica possono offrire una prospettiva complementare alla protezione degli habitat seminaturali. Ridurre la pressione dei pesticidi, limitare le lavorazioni del terreno, utilizzare rotazioni più diversificate, introdurre colture di copertura, distribuire nel tempo le risorse alimentari e floreali e mantenere una maggiore eterogeneità all’interno delle aziende agricole sono alcune delle strategie che possono rendere le superfici produttive più compatibili con la presenza della fauna e della flora. Significa spostare il punto di osservazione: dalla singola particella al paesaggio agricolo nel suo insieme. Anche la ricerca mostra che la quantità di prati presenti nel paesaggio circostante non determina automaticamente un aumento della ricchezza di specie nei quattro gruppi analizzati. La presenza delle praterie modifica però la composizione delle comunità e, in particolare, interagisce con le differenze tra habitat.
Un nuovo modo di leggere la biodiversità agricola
Il dato forse più rilevante è dunque concettuale: un paesaggio agricolo non dovrebbe essere immaginato come una superficie produttiva intervallata da piccole “isole” di natura, deve essere invece considerato come un sistema composto da ambienti diversi, ciascuno capace di sostenere determinate comunità biologiche. In questa prospettiva, la biodiversità diventa una componente da considerare anche nella progettazione e nella gestione della produzione. È un passaggio particolarmente importante per l’agricoltura europea, chiamata contemporaneamente a garantire produzione alimentare, redditività delle aziende, resilienza climatica e tutela del capitale naturale. Se la biodiversità agricola dipende dall’interazione tra habitat differenti, allora anche le decisioni sulla gestione delle colture possono divenire parte della politica di conservazione. Questo non riduce l’importanza di prati permanenti, siepi e altri habitat seminaturali. Al contrario, ne rafforza il ruolo all’interno di una strategia più ampia.
Misurare la biodiversità anche dentro i campi
Un’evoluzione di questo tipo richiede però anche strumenti di monitoraggio più articolati. La presenza di impollinatori, carabidi e piante può diventare uno degli indicatori con cui valutare gli effetti delle diverse pratiche agricole. Non soltanto per capire quante specie sono presenti, ma anche quali comunità riescono a stabilirsi, come cambiano nel tempo e quanto il campo contribuisca alla biodiversità complessiva del territorio. È una prospettiva coerente con l’approccio Nature Positive, ovvero non limitarsi a ridurre l’impatto di un’attività, ma chiedersi se il sistema nel suo complesso stia mantenendo o migliorando la propria capacità di sostenere la natura. La ricerca pubblicata su Nature Communications offre una conferma scientifica del fatto che la biodiversità agricola non può essere affidata soltanto ai margini del campo.
La prossima frontiera potrebbe essere proprio questa: consolidare il ruolo delle superfici produttive come parte integrante del paesaggio ecologico, migliorando ulteriormente la convivenza tra la funzione produttiva e le esigenze di gestione degli habitat. Per un’agricoltura realmente rigenerativa, la domanda non è più soltanto quanta natura possiamo conservare intorno ai campi, ma anche quanta biodiversità possiamo permettere alla coltivazione stessa di sostenere.
