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Desertificazione: la crisi silenziosa che minaccia biodiversità, clima e sicurezza alimentare

di Riccardo Pallotta

Ogni anno il 17 giugno il mondo celebra la Giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità, promossa dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su una delle crisi ambientali meno visibili ma più pervasive del nostro tempo. Quando si parla di desertificazione, infatti, l’immaginario corre spesso alle grandi distese aride dell’Africa o dell’Asia. In realtà il fenomeno riguarda territori molto più vasti e coinvolge direttamente anche l’Europa. L’edizione 2026 della ricorrenza, ospitata dal Kenya, è dedicata al tema “Pascoli: riconoscere, rispettare, ripristinare“, un invito a guardare con maggiore attenzione a ecosistemi spesso trascurati ma fondamentali per l’equilibrio del pianeta.

Una questione globale che riguarda oltre due miliardi di persone

Le terre aride e semiaride coprono una parte enorme della superficie terrestre e ospitano oltre due miliardi di persone. Non si tratta di aree marginali, ma di territori che svolgono funzioni essenziali per il benessere umano e la stabilità degli ecosistemi. Quasi la metà del carbonio terrestre è immagazzinata proprio nelle zone aride, mentre circa il 44% dei sistemi agricoli mondiali si sviluppa in questi territori. Inoltre, quasi un terzo delle colture oggi utilizzate per l’alimentazione globale ha avuto origine in ambienti caratterizzati da scarsità idrica. Questi dati, raccolti dalle Nazioni Unite nella Convenzione per combattere la desertificazione (UNCCD), raccontano una realtà spesso sottovalutata: la salute delle terre aride influenza direttamente la sicurezza alimentare, la disponibilità d’acqua, la biodiversità e la capacità del pianeta di mitigare il cambiamento climatico.

Il degrado del suolo avanza più rapidamente della sua rigenerazione

Stando sempre alle stime internazionali dell’UNCCD, circa il 24% delle terre emerse del pianeta è oggi interessato da processi di degrado. Un fenomeno che coinvolge 167 Paesi e che continua a sottrarre risorse fondamentali alle comunità umane e agli ecosistemi naturali. Ogni anno vengono persi circa 12 milioni di ettari di terreno fertile, una superficie paragonabile alle 5 regioni più grandi d’Italia messe insieme (Sicilia, Piemonte, Sardegna, Lombardia e Toscana, che totalizzano circa 12,2 milioni di ettari).In termini di produttività agricola significa rinunciare a una quantità di terreno che potrebbe fornire fino a 20 milioni di tonnellate di cereali. Dietro questi numeri si nasconde una spirale complessa. La perdita di fertilità dei suoli riduce la capacità produttiva delle terre, aumenta la vulnerabilità delle comunità rurali e contribuisce ad alimentare povertà, insicurezza alimentare e migrazioni. Allo stesso tempo, la pressione crescente sulle risorse naturali accelera ulteriormente il degrado.

Siccità e cambiamento climatico: una combinazione sempre più frequente

La desertificazione non è causata da un singolo fattore. Le variazioni nei regimi delle precipitazioni, l’aumento delle temperature, la diminuzione dell’umidità del suolo e l’incremento dell’evaporazione rappresentano alcuni dei principali motori climatici del fenomeno. A questi si aggiungono fattori socioeconomici come l’uso non sostenibile del territorio, la gestione inefficiente delle risorse idriche e le dinamiche dei mercati globali. Anche l’Europa sta sperimentando con crescente frequenza gli effetti della siccità. I dati Eurostat mostrano che nel 2024 oltre 156 mila chilometri quadrati del territorio dell’Unione Europea sono stati interessati da condizioni di siccità. Sebbene il dato sia inferiore rispetto ai picchi registrati nel 2018 e nel 2022, la tendenza di lungo periodo evidenzia un progressivo aumento delle superfici esposte a stress idrico. A questa pressione si aggiunge un altro effetto del cambiamento climatico: l’aumento delle precipitazioni intense, che rappresentano una minaccia anche per la stabilità e la fertilità dei suoli.

Secondo l’ultimo report di Italy for Climate “Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia, in Italia il 24 % dei suoli agricoli e semi-naturali è esposto a gravi fenomeni di erosione idrica. Si tratta del dato più alto tra i Paesi europei, dove la media si ferma al 5 %. Il fenomeno è determinato non solo dall’intensità delle piogge, ma anche dalla morfologia del territorio, dal tipo di suolo e dalle modalità di gestione delle coltivazioni. In questo senso, la crisi climatica agisce su due fronti: da un lato riduce la disponibilità d’acqua nei periodi siccitosi, dall’altro concentra le precipitazioni in eventi più violenti, capaci di degradare ulteriormente i terreni e compromettere la capacità del suolo di sostenere la produzione alimentare.

Perché i pascoli sono al centro della Giornata 2026

Il tema scelto dalle Nazioni Unite punta i riflettori su un ecosistema spesso invisibile nel dibattito pubblico.. Eppure fino al 50% dei pascoli mondiali risulta già degradato o a rischio degrado. La loro perdita non riguarda soltanto gli allevatori o le comunità rurali. Significa ridurre la capacità dei territori di assorbire carbonio, trattenere acqua, sostenere specie animali e vegetali e resistere agli impatti climatici. Per questo le Nazioni Unite invitano governi e istituzioni a riconoscere il valore economico ed ecologico di questi ambienti, valorizzare le conoscenze delle comunità locali e investire in programmi di ripristino e gestione sostenibile.

Ripristinare i suoli conviene

La buona notizia è che il degrado del territorio non è un processo irreversibile. Le pratiche di gestione sostenibile del territorio stanno dimostrando di poter migliorare la situazione. In diversi contesti, l’adozione di tecniche sostenibili ha consentito incrementi dei raccolti compresi tra il 30% e il 170%. Anche su scala globale emergono segnali incoraggianti.

Accanto ai benefici ambientali, cresce anche la consapevolezza del valore economico del suolo. Secondo il Rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo, la perdita dei servizi ecosistemici causata dalla progressiva artificializzazione del territorio costa all’Italia tra 8,66 e 10,59 miliardi di euro ogni anno. Si tratta di funzioni spesso invisibili ma essenziali, come la regolazione del ciclo dell’acqua, lo stoccaggio del carbonio, la mitigazione delle temperature estreme, la fertilità dei terreni e la produzione agricola. Non a caso, tra il 2006 e il 2024, il valore dei servizi ecosistemici persi per la sola produzione agricola è stato stimato tra 20 e 25 miliardi di euro.

Questo tema rappresenta il punto di incontro tra le principali sfide ambientali del nostro tempo, dalla crisi climatica alla perdita di biodiversità, fino alla gestione idrica e alla sicurezza alimentare. Proteggere e ripristinare la salute dei suoli significa rafforzare la resilienza degli ecosistemi e delle comunità che da essi dipendono. La Giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità 2026 ricorda proprio questo: il futuro non si gioca soltanto nelle foreste tropicali o negli oceani, ma anche sotto i nostri piedi.

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