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Giornata Mondiale degli Oceani

Giornata Mondiale degli Oceani 2026: il futuro del pianeta passa dal mare

di Riccardo Pallotta

L’8 giugno di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per ricordare il ruolo essenziale che gli ecosistemi marini svolgono per la vita sulla Terra. Un appuntamento che quest’anno assume un significato ancora più rilevante in un contesto segnato dall’accelerazione della crisi climatica, dalla perdita di biodiversità e dall’aumento delle pressioni sugli ecosistemi marini. Il tema scelto per il 2026, “Reimagine our relationship with the Ocean”, invita a ripensare il rapporto tra società e mare, superando una visione che considera gli oceani come semplici fornitori di risorse. Gli oceani coprono oltre il 70% della superficie del pianeta, producono almeno la metà dell’ossigeno che respiriamo, ospitano la maggior parte della biodiversità globale e rappresentano una fonte primaria di sostentamento per oltre un miliardo di persone. Eppure, nonostante la loro importanza, continuano a essere sottoposti a pressioni crescenti.

Il Mediterraneo: piccolo mare, enorme biodiversità

Tra gli ecosistemi marini più preziosi e al tempo stesso più vulnerabili figura il Mediterraneo. Pur rappresentando meno dell’1% della superficie oceanica mondiale, ospita circa 17.000 specie marine e una straordinaria concentrazione di habitat, canyon sottomarini, montagne sommerse e corridoi migratori fondamentali per numerose specie. Lontano dalle coste e spesso invisibile agli occhi dell’opinione pubblica, il mare aperto mediterraneo ospita alcune delle specie simbolo della biodiversità marina, come la balenottera comune, il capodoglio, il tonno rosso, le tartarughe marine e numerose specie di squali e razze oggi minacciate. Si tratta di un patrimonio naturale che non ha soltanto un valore ecologico. Gli ecosistemi marini sostengono attività economiche strategiche, dalla pesca al turismo, fino ai trasporti marittimi, contribuendo al benessere di milioni di persone.

Il mare che aiuta a stabilizzare il clima

Quando si parla di cambiamenti climatici, il ruolo degli oceani è spesso sottovalutato. Eppure il mare rappresenta uno dei più grandi sistemi naturali di regolazione climatica esistenti. Secondo il recente rapporto WWF “SOS Mare Fuori”, il fitoplancton marino cattura circa 37 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, pari a circa il 40% di quella assorbita a livello globale. Anche le grandi balene svolgono un ruolo sorprendente. Attraverso i loro movimenti verticali e le lunghe migrazioni contribuiscono a distribuire nutrienti fondamentali per la crescita del fitoplancton. Il WWF evidenzia che un incremento anche minimo della produttività del fitoplancton potrebbe equivalere all’effetto di miliardi di alberi maturi in termini di capacità di stoccaggio del carbonio. Proteggere la biodiversità marina significa quindi anche rafforzare uno degli strumenti naturali più efficaci nella lotta al cambiamento climatico.

Un mare sotto pressione

Accanto al suo straordinario valore ecologico, il Mediterraneo è oggi uno dei mari più esposti alle attività umane. La pesca eccessiva, una pratica che porta al depauperamento delle risorse idriche, continua a rappresentare una delle principali minacce per numerose specie e habitat marini. A questo si aggiunge l’intensità dei trasporti: il Mediterraneo ospita circa il 30% del traffico marittimo internazionale e il 17% del traffico petrolifero mondiale.

Le conseguenze sono molteplici: collisioni con cetacei e tartarughe marine, inquinamento acustico che altera il comportamento delle specie e un elevato rischio di incidenti e contaminazioni. A queste pressioni si aggiunge la plastica. Sempre secondo i dati del rapporto del WWF ogni anno circa 229.000 tonnellate di rifiuti plastici finiscono nel Mediterraneo, che oggi concentra il 7% delle microplastiche presenti negli oceani del pianeta GD: di chi è questo dato?. Sul tutto si innesta la crisi climatica. Il Mediterraneo si sta riscaldando circa il 20 % più velocemente della media globale, con effetti che includono acidificazione delle acque, diminuzione dell’ossigeno disponibile, innalzamento del livello del mare e una crescente frequenza di eventi estremi.

La sfida del ripristino e della tutela

Di fronte a queste pressioni, l’Europa e la comunità internazionale stanno cercando di rafforzare gli strumenti di tutela. La Strategia Europea per la Biodiversità punta a proteggere almeno il 30 % dello spazio marittimo entro il 2030, con il 10 % sottoposto a tutela rigorosa. Parallelamente, la Nature Restoration Law introduce obiettivi vincolanti per il recupero degli ecosistemi degradati, prevedendo il ripristino di almeno il 20 % delle aree marine europee entro il 2030. In Italia la strada da percorrere è ancora lunga.

Attualmente le aree protette coprono circa l’11,6% delle acque nazionali e risultano concentrate soprattutto lungo le coste, mentre il mare aperto continua a essere scarsamente tutelato. Per questo il WWF, nel suo report, individua alcune aree prioritarie per la conservazione, tra cui il Canale di Sicilia, il Sud Adriatico, il Golfo di Taranto, il Santuario Pelagos, l’Arcipelago Pontino e diversi canyon sottomarini della Sardegna. Si tratta di zone cruciali per la riproduzione, l’alimentazione e le migrazioni di cetacei, tartarughe, squali e numerose specie di interesse commerciale.

Ripensare il rapporto con l’oceano

La Giornata Mondiale degli Oceani non è soltanto una ricorrenza simbolica. È un promemoria sul fatto che la salute degli ecosistemi marini è strettamente legata alla nostra. L’oceano regola il clima, produce ossigeno, assorbe carbonio, sostiene l’economia e custodisce una biodiversità straordinaria. Ma la sua capacità di continuare a svolgere queste funzioni dipenderà dalle scelte che governi, imprese e cittadini sapranno adottare nei prossimi anni. Il tema di quest’anno invita a immaginare una nuova relazione con il mare. Una relazione fondata non sull’estrazione illimitata delle risorse, ma sulla consapevolezza che la prosperità delle società umane dipende dalla salute degli ecosistemi che le sostengono. In fondo, proteggere gli oceani non significa soltanto salvaguardare la natura: significa investire nel futuro stesso delle nostre comunità.

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