COP17 sulla biodiversità: dalle promesse all’azione, il ruolo delle imprese diventa decisivo
di Riccardo Pallotta
Dal 19 al 30 ottobre 2026, Yerevan ospita la Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità. A quattro anni dall’accordo di Kunming-Montreal, la COP17 farà il primo bilancio globale degli impegni per il 2030. Al centro del confronto anche il contributo delle imprese, chiamate a integrare la natura nelle proprie strategie e nei processi decisionali.
La biodiversità mondiale si trova davanti a un passaggio decisivo. A quattro anni dall’adozione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, il piano internazionale che ha fissato gli obiettivi per arrestare e invertire la perdita di natura entro il 2030, è arrivato il momento di verificare quanto è stato effettivamente realizzato e, soprattutto, quali interventi siano necessari per recuperare il ritardo accumulato. È questo il contesto in cui si svolge la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica (CBD), in programma dal 19 al 30 ottobre 2026 a Yerevan, in Armenia.
La conferenza riunisce rappresentanti dei governi, organizzazioni internazionali, comunità scientifica, società civile e settore privato per affrontare le principali questioni legate alla tutela degli ecosistemi e alla gestione sostenibile delle risorse naturali. L’edizione di quest’anno assume un significato particolare perché rappresenta la prima verifica collettiva dei progressi compiuti nell’attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel dicembre 2022. Un passaggio che permette di misurare la distanza tra gli impegni sottoscritti dai Paesi e i risultati raggiunti sul campo.
Il divario tra gli obiettivi e i risultati
Il quadro internazionale rimane complesso. Il Global Biodiversity Framework comprende 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030, che riguardano la conservazione degli ecosistemi, il ripristino degli ambienti degradati, la riduzione delle pressioni sulla natura e la mobilitazione delle risorse finanziarie necessarie. Tra i traguardi più conosciuti figura il cosiddetto obiettivo 30×30: proteggere almeno il 30% delle terre e delle acque interne e il 30% delle aree marine e costiere entro la fine del decennio. Accanto alla conservazione, il piano prevede il ripristino del 30% degli ecosistemi degradati e una revisione degli incentivi economici dannosi per la biodiversità.
Le prime valutazioni mostrano tuttavia un’attuazione ancora insufficiente. Secondo le analisi presentate alla vigilia della conferenza, la maggior parte dei 23 obiettivi non procede a un ritmo compatibile con le scadenze previste. Anche la mobilitazione delle risorse finanziarie rimane una delle principali criticità, soprattutto per quanto riguarda il sostegno ai Paesi in via di sviluppo. La COP17 dovrà quindi affrontare una questione che va oltre la definizione di nuovi impegni: capire come rendere operativi quelli già concordati, migliorando il coordinamento tra politiche pubbliche, strumenti finanziari e iniziative del settore privato.
Il 23 ottobre il confronto internazionale sulle imprese Nature Positive
In questo scenario si inserisce anche il side event ufficiale “Scaling up business action for biodiversity”, in programma venerdì 23 ottobre, dalle 13:15 alle 14:45, nella Blue Zone della conferenza, presso la sala Ljevan – GRULAC. L’iniziativa riunirà rappresentanti del mondo imprenditoriale, istituzioni, organismi di normazione e organizzazioni internazionali per discutere come migliorare l’allineamento e la coerenza tra strumenti, metriche e approcci utilizzati dalle imprese per affrontare la perdita di biodiversità, uno dei temi centrali di questa COP. L’obiettivo è individuare modalità concrete per accelerare il contributo del settore privato all’attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, favorendo una maggiore coerenza tra le strategie aziendali e gli obiettivi definiti a livello internazionale.
L’incontro è organizzato congiuntamente da ISO, Nature Positive Initiative, TNFD, WBCSD, Business for Nature, IUCN, Ministero dell’Ambiente del Giappone, Ministero della Produzione del Perù, French Office for Biodiversity e Netherlands Enterprise Agency. La presenza della Nature Positive Initiative è particolarmente significativa per il percorso di diffusione di un approccio che considera il ripristino della natura una componente delle strategie economiche e produttive. Il confronto punta infatti a superare la frammentazione degli strumenti attualmente disponibili, favorendo metriche condivise e una maggiore integrazione tra iniziative pubbliche e private.
Dalla misurazione alla rigenerazione del capitale naturale
La COP17 rappresenta un’occasione importante anche per consolidare il collegamento tra biodiversità, finanza e competitività. La transizione verso un’economia Nature Positive richiede infatti che le imprese siano in grado di comprendere il proprio rapporto con gli ecosistemi e di tradurre questa conoscenza in decisioni operative. Non è sufficiente conoscere l’impatto ambientale di una singola attività. Occorre valutare anche le dipendenze dalle risorse naturali, i rischi che possono derivare dal loro deterioramento e le opportunità offerte da investimenti capaci di contribuire al ripristino degli ecosistemi. In questo percorso, il capitale naturale assume una rilevanza crescente nelle strategie di lungo periodo. Suoli fertili, disponibilità idrica, ecosistemi forestali e biodiversità rappresentano infatti condizioni essenziali per la stabilità di numerosi settori economici.
La loro perdita può generare costi che non sempre emergono immediatamente nei bilanci aziendali, ma che finiscono per incidere sulla continuità delle attività produttive. La sfida per imprese e istituzioni finanziarie consiste quindi nel passare da una gestione prevalentemente orientata alla riduzione degli impatti a modelli capaci di contribuire concretamente alla rigenerazione del patrimonio naturale. La COP17 dovrà verificare se gli impegni internazionali stanno diventando risultati misurabili. Per il sistema economico, il confronto di Yerevan rappresenta un’ulteriore occasione per riconoscere che la biodiversità non è una variabile esterna alle strategie di sviluppo, ma una delle condizioni su cui si fondano la sicurezza delle risorse e la competitività futura. Il tempo per raggiungere gli obiettivi del 2030 si sta riducendo: la questione centrale è ora trasformare le dichiarazioni in cambiamenti effettivi.
