Protezione e ripristino della natura: dalla crisi della biodiversità al cambiamento trasformativo
editoriale di Lorenzo Ciccarese
Negli ultimi anni la biodiversità è entrata progressivamente al centro del dibattito internazionale, non più soltanto come questione ambientale, ma come tema strategico che riguarda la stabilità economica, sociale e climatica delle società contemporanee. La perdita di specie, il degrado degli ecosistemi e la riduzione dei servizi ecosistemici non rappresentano fenomeni separati, ma manifestazioni di una crisi sistemica che investe il rapporto tra attività umane e sistemi naturali.
Il rapporto globale dell’IPBES del 2019, la più ampia valutazione scientifica mai realizzata su biodiversità e servizi ecosistemici, ha segnato un punto di svolta nella consapevolezza internazionale. I dati sono inequivocabili: circa un milione di specie è oggi a rischio di estinzione; il 75% degli ambienti terrestri e il 66% di quelli marini risultano significativamente alterati dalle attività umane; oltre l’85% delle zone umide è andato perduto. Si tratta di cambiamenti senza precedenti nella storia umana recente.
Alla base di questa crisi vi sono fattori ben noti: cambiamento d’uso del suolo e del mare, frammentazione ecologica, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, inquinamento, cambiamento climatico e specie aliene invasive. Tuttavia, le valutazioni scientifiche mostrano con chiarezza che la questione non riguarda soltanto la conservazione della natura, ma la capacità degli ecosistemi di continuare a garantire servizi essenziali al benessere umano.
Questa consapevolezza ha portato negli ultimi anni anche le istituzioni economiche e finanziarie internazionali a riconoscere la biodiversità come fattore di rischio sistemico. La Banca Centrale Europea, il Sistema Europeo delle Banche Centrali e il Network for Greening the Financial System (NGFS) hanno evidenziato la forte dipendenza dell’economia dai servizi ecosistemici e dal capitale naturale.
Anche la Banca d’Italia ha richiamato l’attenzione sui rischi economici e finanziari derivanti dal degrado degli ecosistemi, sottolineando come settori chiave — agricoltura, turismo, pesca, gestione forestale e approvvigionamento idrico — dipendano direttamente dalla qualità della natura.
L’Unione Europea e l’Italia non sono estranee a questa dinamica. Le valutazioni dell’Agenzia Europea per l’Ambiente mostrano che una quota rilevante di habitat e specie protetti versa in uno stato di conservazione sfavorevole. In Italia, ISPRA documenta da anni le pressioni legate a consumo di suolo, frammentazione ecologica e intensificazione delle attività produttive.
Le analisi degli ultimi anni convergono su tre lezioni principali: la natura sistemica della crisi, l’insufficienza di approcci settoriali e la necessità di strumenti misurabili, monitoraggio rigoroso e adeguate risorse finanziarie.
Da questa consapevolezza nasce il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, che definisce obiettivi al 2050 e target al 2030, introducendo una visione integrata delle politiche per la biodiversità.
Elemento centrale del quadro è il concetto di transformative change, definito dall’IPBES come una riorganizzazione fondamentale dei sistemi tecnologici, economici e sociali, inclusi valori e modelli di sviluppo. Ciò implica il superamento di interventi incrementali a favore di una trasformazione strutturale dei rapporti tra economia e natura.
Il KM-GBF integra, inoltre, gli approcci di land sparing e land sharing: da un lato la protezione rigorosa degli ecosistemi più integri, dall’altro l’integrazione della biodiversità nei territori produttivi attraverso pratiche sostenibili e ripristino ecologico.
In Europa, il Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura rappresenta il principale strumento attuativo di questa visione, introducendo obiettivi vincolanti per il recupero degli ecosistemi degradati e richiedendo la predisposizione di Piani Nazionali di Ripristino.
Secondo la Commissione europea, ogni euro investito nel ripristino può generare benefici tra 4 e 38 euro, oltre a contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro nei settori della gestione ecologica, del monitoraggio ambientale e delle soluzioni basate sulla natura.
Parallelamente, la biodiversità è sempre più integrata nei sistemi economici e finanziari attraverso iniziative come BCE, NGFS e TNFD, che riconoscono il legame tra natura, stabilità economica e rischio sistemico.
In questo scenario, la comunità scientifica assume un ruolo centrale. I rapporti IPBES forniscono la base conoscitiva per orientare le politiche e sempre più evidenziano l’integrazione tra biodiversità, economia e società.
Per l’Italia si apre ora una fase decisiva. Gli impegni globali ed europei dovranno essere tradotti con coerenza e tempestività in strategie nazionali concrete, integrate e pienamente attuabili. In questo quadro, il ruolo delle istituzioni, di ISPRA, del SNPA e della comunità scientifica è centrale e irrinunciabile per garantire solidità tecnica, uniformità di indirizzo e capacità effettiva di attuazione delle politiche.
Tale percorso richiede però un salto di qualità nella governance, secondo un approccio pienamente whole of government e whole of society, che mobiliti in modo strutturale e non episodico tutti i portatori di interesse. Il sistema produttivo e finanziario, il settore agricolo e forestale, il mondo delle imprese, le amministrazioni regionali e locali, le aree protette, le organizzazioni della società civile e le comunità territoriali devono essere messi nelle condizioni di contribuire in modo responsabile e misurabile al raggiungimento degli obiettivi di biodiversità. La transizione verso modelli di sviluppo realmente sostenibili richiede infatti una responsabilità condivisa, ma anche chiara accountability dei diversi attori coinvolti, affinché gli impegni assunti a livello internazionale ed europeo trovino piena e concreta attuazione nei territori.
Ripristinare la natura significa infine ripensare il rapporto tra società ed ecosistemi, riconoscendo che biodiversità, clima, salute e sviluppo sono dimensioni inseparabili. Significa costruire le condizioni per una trasformazione capace di rendere i territori più resilienti e sostenibili per le generazioni future.
