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insicurezza alimentare in Italia

Italia, il paradosso del cibo: cresce l’insicurezza alimentare mentre miliardi di pasti finiscono nella spazzatura

In Italia l’insicurezza alimentare non è più un fenomeno marginale. I dati elaborati da Istat, in linea con le definizioni della Food and Agriculture Organization, raccontano una realtà complessa: quasi 800mila persone nel nostro Paese sperimentano forme moderate o gravi di difficoltà nell’accesso al cibo. Non si tratta soltanto di fame. L’insicurezza alimentare, nella definizione internazionale, riguarda anche la qualità nutrizionale della dieta, la possibilità di scegliere alimenti adeguati e la stabilità dell’approvvigionamento nel tempo.

È una crisi silenziosa, che si intreccia con le disuguaglianze sociali, la transizione climatica e la fragilità delle filiere agricole. E che convive con un altro dato apparentemente opposto: l’Italia spreca ogni anno miliardi di euro di alimenti.

Secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher International, lungo la filiera agroalimentare italiana si perdono oltre 13 miliardi di euro di cibo, una cifra che equivale a più di 5 milioni di tonnellate. Di questi, oltre la metà deriva dallo spreco domestico. Ogni cittadino butta mediamente più di 29 chilogrammi di alimenti l’anno, circa 50 pasti. Il risultato è un paradosso: mentre cresce la difficoltà di accesso a una dieta adeguata, una parte consistente delle risorse alimentari finisce tra i rifiuti.

L’insicurezza alimentare moderata o grave riguarda l’1,3% della popolazione italiana ma il fenomeno non è omogeneo: nel Mezzogiorno la quota sale al 2,7%, mentre nel Nord scende allo 0,6%. Nelle grandi città il rischio è maggiore che nelle aree rurali e tra gli stranieri l’incidenza è più alta rispetto ai cittadini italiani. Chi vive con limitazioni di salute è particolarmente vulnerabile. Sono dati che disegnano una geografia sociale del cibo, dove reddito, territorio e condizioni di vita incidono sulla qualità della dieta.

Lo spreco alimentare in Europa

A livello europeo l’8,5% della popolazione non può permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni; in Italia la quota sale al 9,9%, quasi una persona su dieci. Si tratta di un indicatore chiave che incide direttamente sulla qualità della dieta e sulla salute pubblica: diete monotone, minore apporto di nutrienti essenziali e maggiore esposizione a patologie croniche. L’accesso a un’alimentazione adeguata non è dunque solo una questione economica, ma un fattore strutturale di equità sociale.

Questa fragilità si inserisce in un contesto ambientale sempre più instabile. Eventi climatici estremi, siccità prolungate e degrado del suolo stanno riducendo la produttività agricola e aumentando i costi delle materie prime. In Italia, in particolare nel Mezzogiorno, la crescente scarsità idrica e l’erosione compromettono la capacità di garantire produzioni stabili e di qualità, con ripercussioni sui prezzi e sull’accessibilità del cibo. La crisi climatica agisce così come moltiplicatore delle disuguaglianze alimentari.

Parallelamente, lo spreco alimentare continua a rappresentare una criticità sistemica. Una parte rilevante delle perdite si concentra lungo la filiera, prima ancora che il cibo raggiunga il consumatore finale: scarti non valorizzati, inefficienze produttive, standard commerciali e scadenze conservative contribuiscono a disperdere risorse. A livello domestico incidono invece pianificazione inadeguata, cattiva conservazione e sovra-acquisto. Il risultato è che proprio alimenti fondamentali per una dieta equilibrata come frutta, verdura, pane fresco figurano tra i più sprecati.

Ridurre lo spreco significa intervenire in modo coordinato su produzione, trasformazione, distribuzione e consumo. Ogni alimento buttato comporta un uso inutile di acqua, suolo ed energia; oltre a generare emissioni evitabili di gas serra. La lotta allo spreco e il contrasto all’insicurezza alimentare sono quindi due dimensioni della stessa sfida: rendere il sistema agroalimentare più efficiente, resiliente ed equo.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite indica un traguardo preciso: dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030. Raggiungerlo richiede politiche pubbliche mirate, innovazione nelle filiere, strumenti di monitoraggio e una trasformazione culturale che riconosca il valore economico, ambientale e sociale del cibo. In un contesto segnato da crisi climatiche e tensioni socioeconomiche, la sostenibilità alimentare si conferma uno dei pilastri della transizione ecologica e della coesione sociale.

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