Davos 2026: il mondo dei rischi per il Global Risks Report 2026
di Riccardo Pallotta
La scorsa settimana, alla vigilia del World Economic Forum di Davos, è stato pubblicato il Global Risks Report 2026, la ventesima edizione dell’analisi annuale del Forum sui pericoli che il mondo deve affrontare. Basato sulle opinioni di oltre 900 esperti provenienti da tutto il mondo, il rapporto non usa mezzi termini: il mondo è piuttosto frammentato. Il sistema globale non funziona più come un insieme coordinato, ma come una somma di blocchi, interessi e priorità che faticano a dialogare tra loro. La frammentazione è politica, economica, sociale e ambientale, e si manifesta su più livelli, con rischi che si alimentano a vicenda e istituzioni collettive in difficoltà nel trovare risposte coordinate.
Il quadro complessivo è caratterizzato da una profonda sfiducia sul futuro immediato e di lungo periodo. Più della metà degli intervistati prevede un orizzonte “instabile” nei prossimi due anni, mentre quasi due terzi giudicano la decade successiva turbolenta o tempestosa. Alla luce dell’attuale contesto geopolitico frammentato, la cooperazione multilaterale non è un ideale astratto ma una necessità concreta. Senza un impegno collettivo — che integri tutela della natura, governance climatica e sviluppo sostenibile — i rischi globali non si possono mitigare: si possono solo spostare da un settore all’altro, con costi sociali e ambientali sempre più elevati.
Rischi a breve termine: conflitti, disinformazione e tensioni strutturali
Nel breve periodo (fino al 2027) i rischi più probabili non sono ambientali ma legati a fratture geopolitiche e sociali. In cima alla classifica si colloca il ritorno dei conflitti armati tra Stati, spinto dall’incertezza nei teatri di guerra attivi e dallo scarso ruolo delle istituzioni multilaterali nel prevenire le escalation. Accanto a questo, la disinformazione si conferma come un pericolo persistente e strutturale, capace di amplificare tensioni politiche, crisi sociali e instabilità geopolitica. Anche rischi tecnologici come il cyber-spionaggio sono saliti nelle preoccupazioni, riflettendo un mondo in cui la competizione si sposta sempre più su piani invisibili.
A dieci anni: l’ambiente rimane il pericolo più serio (e trasversale)
È guardando al 2035 che il rapporto assume una dimensione profondamente ecologica. I rischi ambientali dominano in modo netto le prospettive di lungo termine, occupando stabilmente le prime posizioni della classifica globale:
- eventi meteorologici estremi;
- perdita di biodiversità e collasso degli ecosistemi;
- cambiamenti critici dei sistemi terrestri;
- scarsità di risorse naturali (cibo, acqua).
Non si tratta di un tema marginale o teorico: numerose analisi collegate evidenziano come la rapida degradazione di foreste, zone umide e altri ecosistemi stia già erodendo servizi essenziali al benessere umano e all’economia. Queste dinamiche ambientali sono solo in apparenza “a lungo termine”. Sistemi naturali indeboliti rendono più fragili gli equilibri alimentari, idrici e climatici, amplificando le conseguenze di crisi geopolitiche o sociali.
Interconnessioni inattese: tecnologia, società e natura
Il rapporto evidenzia anche come rischi non puramente ambientali si intreccino strettamente con il destino degli ecosistemi. L’intelligenza artificiale, per esempio, non è vista come un pericolo immediato, ma come uno dei fattori che più rapidamente scalerà la classifica dei rischi globali entro il 2035, soprattutto per la sua capacità di amplificare la disinformazione e influenzare dinamiche economiche e sociali. Allo stesso modo, la crescente disuguaglianza economica e la polarizzazione sociale non sono fenomeni separati dalla crisi ambientale: riconoscerli come nodi interconnessi significa capire perché soluzioni isolate non bastano più. Quando le società sono fragili al loro interno, rispondere efficacemente agli shock climatici diventa più difficile, e ogni evento estremo rischia di diventare oltre che un disastro naturale, una crisi sociale.
Davos e il nodo della cooperazione globale
Il messaggio che emerge dal Global Risks Report 2026 non è semplicemente che “ci sono tanti problemi”, ma che le sfide contemporanee non possono essere affrontate separatamente, come se esistesse una linea di demarcazione tra rischio “ambientale”, “geopolitico” o “tecnologico”. La lezione che devono comprendere i leader riuniti in questi giorni a Davos è netta: la natura non è un rischio tra gli altri, ma la trama di fondo su cui la sicurezza, la prosperità e la coesione sociale si reggono. Ignorare questa connessione non è solo un errore concettuale, ma una strategia miope, che aumenta l’instabilità.
In questo scenario, il nodo centrale non è più la consapevolezza del rischio, ma la capacità di tradurla in azioni misurabili e finanziamenti adeguati. La tutela e il ripristino degli ecosistemi richiedono investimenti stabili, politiche concrete e scelte che riconoscano il valore economico e sociale della natura. Senza un impegno concreto su questi fronti, i rischi ambientali delineati dal rapporto non resteranno ipotesi di lungo periodo, ma diventeranno il principale fattore di instabilità del nostro presente.
