Biodiversità, il conto nascosto dell’economia
Pubblicato il 9 febbraio 2026, il rapporto IPBES “Business and Biodiversity” nasce per colmare un vuoto cruciale: rendere visibile il legame, spesso ignorato, tra modelli economici, perdita di biodiversità e rischi per imprese e società.
di Lorenzo Ciccarese
La biodiversità non è un lusso verde, né un tema accessorio da confinare ai margini delle politiche economiche. È una delle fondamenta invisibili dell’economia globale. È da questa consapevolezza che nasce il nuovo rapporto di valutazione Business and Biodiversity dell’IPBES, la massima autorità scientifica mondiale sul tema della biodiversità e dei servizi ecosistemici.
Il rapporto—il cui titolo completo è “Methodological assessment of the impact and dependence of business on biodiversity and nature’s contributions to people” – è stato pubblicato in un momento in cui l’urgenza di arrestare e invertire la perdita di biodiversità si intreccia con un crescente riconoscimento del ruolo centrale delle imprese nel guidare un cambiamento trasformativo verso un futuro più giusto e sostenibile.
I numeri raccontano una storia inequivocabile. Dal 1820 al 2022 il valore dell’economia globale è cresciuto da 1,18 a 130,11 mila miliardi di dollari. Ma questa crescita non è stata lineare: la parte più consistente si è concentrata nel secondo dopoguerra e, soprattutto, negli ultimi trent’anni. Nello stesso periodo, però, il capitale naturale globale si è ridotto di circa il 40%. La crescita economica, così come è stata perseguita finora, è avanzata insieme all’erosione degli ecosistemi che la rendono possibile.
Il Global Assessment of Biodiversity and Ecosystem Services mostra che biodiversità e natura forniscono oggi più cibo, energia e materiali che in qualsiasi altro momento della storia umana. Ma questo apparente successo ha un prezzo elevato: il rapido declino della biodiversità, il deterioramento delle funzioni ecosistemiche e la riduzione di molti contributi della natura alle persone. Il rapporto Business and Biodiversity è esplicito: 14 delle 18 categorie di servizi ecosistemici analizzate sono in diminuzione su scala globale.
Questa traiettoria non è neutra dal punto di vista economico. La perdita di biodiversità è in larga misura il risultato di attività produttive insostenibili e di un sistema economico che ha misurato il progresso quasi esclusivamente attraverso la crescita del prodotto interno lordo, senza internalizzare il valore della natura e i suoi limiti biofisici. Il degrado degli ecosistemi che ne deriva genera rischi fisici e sistemici per le imprese, per il sistema finanziario e per l’economia globale nel suo complesso, ostacolando proprio quel cambiamento trasformativo di cui oggi si riconosce la necessità.
Non a caso, i rischi legati alla perdita di biodiversità — spesso intrecciati con quelli climatici — figurano ormai tra le principali minacce globali del prossimo decennio. Colpiscono direttamente settori come agricoltura, turismo e assicurazioni, ma indirettamente coinvolgono tutte le attività economiche. Gli impatti sono particolarmente severi nei Paesi in via di sviluppo, le cui economie dipendono maggiormente dalla biodiversità e dispongono di minori capacità tecniche e finanziarie per assorbire gli shock.
Eppure, nei bilanci e nelle strategie aziendali, questa dipendenza resta in gran parte invisibile. Meno dell’1% delle imprese che pubblicano report di sostenibilità cita in modo esplicito i propri impatti sulla biodiversità. Molte aziende riconoscono un generico impatto ambientale, ma poche comprendono davvero quanto il proprio modello di business dipenda da servizi fondamentali come l’impollinazione, la fertilità dei suoli, la regolazione del clima o la disponibilità di acqua.
Accanto a questi contributi materiali, l’IPBES richiama l’attenzione su una dimensione spesso trascurata: i valori relazionali della natura. La biodiversità sostiene il modo in cui le persone si relazionano ai luoghi, costruiscono identità culturali e sociali, sperimentano benessere e qualità della vita. Paesaggi, senso del luogo, esperienze ricreative e spirituali, coesione sociale e responsabilità verso le generazioni future: la natura non è solo una risorsa da sfruttare, ma una relazione che struttura economie e società. Proprio la sistematica sottovalutazione di questi valori, e la loro mancata integrazione nei processi decisionali perché considerati “non economici” o marginali, è indicata dall’IPBES come una delle cause profonde della crisi della biodiversità, come già evidenziato dal rapporto Values del 2022.
Il turismo rende questa relazione evidente. È un settore che vive dell’incontro tra persone, territori ed ecosistemi. Quando la biodiversità si degrada e i paesaggi si impoveriscono, non si perde solo valore ecologico, ma anche attrattività territoriale, reddito e identità locale. Il degrado degli ecosistemi si traduce così in un’erosione delle economie locali e della stabilità sociale, fino a diventare un rischio sistemico riconosciuto anche dal mondo finanziario.
Il paradosso emerge con forza osservando i flussi di capitale. Nel 2023, i flussi globali di finanza pubblica e privata con impatti direttamente negativi sulla natura sono stati stimati in 7,3 trilioni di dollari, tra sussidi ambientalmente dannosi e investimenti in settori ad alto impatto. Nello stesso anno, solo circa 220 miliardi di dollari sono stati destinati ad attività che contribuiscono alla conservazione e all’uso sostenibile della biodiversità. Il mondo investe decine di volte di più nel degradare la natura che nel proteggerla, pur sapendo che da essa dipendono produzione, occupazione e benessere umano. Come sottolinea il rapporto, questo squilibrio evidenzia al tempo stesso l’urgenza e l’opportunità di riallineare i flussi finanziari agli obiettivi di biodiversità.
Tutte le imprese dipendono dalla biodiversità e tutte la influenzano. Possono agire già oggi sulla base delle conoscenze disponibili, ma per farlo in modo efficace è necessario migliorare la base informativa. La biodiversità è multidimensionale — dai geni alle specie, fino agli ecosistemi — e i metodi per analizzare impatti e dipendenze esistono, anche se collegare azioni specifiche a risultati misurabili resta complesso. Approcci diversi sono necessari a seconda del livello decisionale: operazioni, catene del valore, strategie aziendali e portafogli finanziari.
Gli impatti delle imprese sono spesso indiretti e cumulativi. Anche settori apparentemente “leggeri” contribuiscono alla perdita di biodiversità attraverso la domanda di materie prime, energia e suolo. Quando questi impatti si sommano, possono superare soglie ecologiche critiche, causando danni irreversibili. Il peso maggiore ricade sulle popolazioni più vulnerabili: circa il 60% delle terre indigene è oggi minacciato da attività industriali, mentre la crescente domanda di risorse per la transizione energetica rischia di accentuare ulteriormente queste pressioni.
È qui che la questione della misurazione diventa centrale. Rendere visibili impatti e dipendenze non è un esercizio tecnico fine a sé stesso, ma una condizione necessaria per orientare decisioni economiche, politiche pubbliche e flussi di capitale. Persistono lacune strutturali: carenza di dati localizzati e comparabili, scarsa trasparenza delle informazioni, evidenze scientifiche incomplete, bassa adozione dei metodi esistenti e limiti intrinseci degli strumenti di misurazione. Questi divari riflettono un sistema economico che ha storicamente operato senza considerare il valore e i limiti della natura.
Senza misurazioni robuste, il capitale resta cieco rispetto alla biodiversità. I rischi vengono sottostimati e le opportunità legate alla conservazione, al ripristino e all’uso sostenibile della natura restano marginali. Rendere la misurazione davvero efficace significa anche ampliare ciò che viene misurato, includendo non solo gli impatti biologici sugli ecosistemi, ma anche i valori relazionali della natura: il paesaggio che sostiene il turismo, i territori che rafforzano identità culturale e coesione sociale, gli ecosistemi che contribuiscono al benessere delle comunità.
Perché le imprese possano svolgere un ruolo centrale nell’arrestare e invertire la perdita di biodiversità, tuttavia, non basta l’azione volontaria. Le condizioni in cui operano devono cambiare in modo profondo. Politiche pubbliche, quadri normativi e regolatori, sistemi economici e finanziari, valori sociali, tecnologia, dati e capacità istituzionali concorrono a creare un ambiente abilitante in grado di allineare ciò che è redditizio per le imprese con ciò che è benefico per la biodiversità e per la società. Un ambiente che, come richiesto dal Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, richiede un approccio integrato di governo e di società nel suo insieme.
La posta in gioco è alta. Non si tratta solo di salvare specie o habitat, ma di decidere se l’economia del futuro continuerà a erodere il capitale naturale, culturale e paesaggistico da cui dipende, oppure se saprà trasformarsi. In questo senso, la misurazione non è un fine, ma uno strumento abilitante: rende visibili costi e benefici oggi nascosti e apre la strada a un’economia capace di riconoscere che la biodiversità non è solo natura da proteggere, ma relazione, identità e valore condiviso.
