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Nature finance gap: il divario finanziario che minaccia biodiversità, clima ed economia globale

Nel dibattito globale su clima e biodiversità c’è un numero che ritorna con insistenza e che dice più di molti slogan: il nature finance gap. È il divario tra quanto il mondo investe oggi per proteggere gli ecosistemi e quanto sarebbe invece necessario per arrestare la perdita di natura e rispettare gli impegni internazionali sul clima e sulla biodiversità. Un vuoto finanziario che non riguarda soltanto ambientalisti e ricercatori ma tocca le fondamenta stesse dell’economia globale.

Le stime più aggiornate indicano che entro il 2030 sarebbero necessari circa 1,15 trilioni di dollari l’anno per la tutela della biodiversità. Oggi, però, i flussi effettivamente destinati a questi obiettivi non superano i 208 miliardi. Ne deriva un disallineamento profondo: quasi 942 miliardi di dollari ogni anno. È questo il cuore del nature finance gap, un deficit che continua ad ampliarsi mentre la pressione sugli ecosistemi cresce e la finestra temporale per invertire la rotta si fa sempre più stretta.

L’importanza del Capitale Naturale

A rendere il quadro ancora più critico è un dato spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: una fetta molto rilevante del PIL mondiale dipende direttamente o indirettamente dai servizi ecosistemici. Suolo fertile, disponibilità di acqua, impollinazione, stabilità climatica non sono esternalità “verdi”, ma veri e propri asset su cui poggiano agricoltura, industria, finanza e commercio. La perdita di natura, in questa prospettiva, non è solo una crisi ecologica, ma un rischio sistemico per l’economia globale. Negli ultimi anni la finanza per la natura ha iniziato a muoversi, ma con un ritmo ancora insufficiente rispetto alla scala della sfida. Le risorse pubbliche rimangono una componente fondamentale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove il fabbisogno per l’adattamento climatico supera i 300 miliardi di dollari l’anno. Programmi multilaterali e cooperazione internazionale continuano a svolgere un ruolo essenziale, ma da soli non sono in grado di colmare un divario di questa portata.

Il cambiamento più significativo arriva dalla finanza privata. In pochi anni, gli investimenti destinati a iniziative legate alla natura sono cresciuti in modo rilevante, passando da meno di 10 miliardi di dollari nel 2020 a oltre 100 miliardi nel 2024. È un segnale di maturazione del mercato, che riflette un interesse crescente verso agricoltura sostenibile, gestione forestale e soluzioni basate sulla natura. Se questa traiettoria venisse consolidata, entro il 2030 potrebbero essere mobilitati capitali per oltre un trilione di dollari. Ma perché ciò accada servono condizioni precise: regole stabili, maggiore trasparenza, riduzione del rischio e una forte integrazione tra capitale pubblico e privato.

Colmare il nature finance gap: il ruolo della finanza pubblica e privata e dell’Europa

In questo contesto, gli strumenti di mercato stanno assumendo un ruolo sempre più centrale. Le obbligazioni verdi e di resilienza hanno raggiunto emissioni cumulative per migliaia di miliardi di dollari, diventando uno dei canali principali per finanziare progetti climatici e nature-positive. Accanto a questi strumenti, la finanza mista si sta affermando come una leva chiave: combinare risorse pubbliche, private e filantropiche consente di rendere finanziabili progetti che, in assenza di condivisione del rischio, resterebbero esclusi dai circuiti tradizionali degli investimenti. È su questo terreno che l’Europa può giocare un ruolo decisivo.

In questo quadro, l’Europa si trova davanti a un bivio. Sulla carta, l’Unione dispone degli strumenti per assumere un ruolo guida nella finanza per la natura, soprattutto alla luce del progressivo disimpegno degli Stati Uniti dagli accordi climatici e ambientali. Tassonomia UE, obblighi di trasparenza e norme sulla rendicontazione di sostenibilità hanno contribuito negli ultimi anni a spingere imprese e investitori a interrogarsi su impatti e dipendenze dalla natura, aprendo la strada a un possibile allineamento dei flussi di capitale verso obiettivi nature-positive. Tuttavia, i segnali più recenti sono in chiaroscuro. Il rinvio dell’applicazione del Regolamento europeo sulla deforestazione, insieme all’indebolimento di alcune disposizioni su tracciabilità e due diligence, ha sollevato interrogativi sulla reale capacità dell’UE di mantenere una rotta coerente. Più che rafforzare il proprio ruolo di norm-setter globale, l’Europa sembra oscillare tra ambizione regolatoria e timori legati alla competitività, alle pressioni industriali e alle complessità politiche interne.

Questo rallentamento non è neutro. In un contesto in cui i mercati cercano segnali chiari e stabili, l’incertezza regolatoria rischia di frenare proprio quegli investimenti privati che sarebbero indispensabili per colmare il nature finance gap. Allo stesso tempo, indebolire strumenti come la tracciabilità lungo le catene del valore significa ridurre la capacità dell’UE di influenzare pratiche produttive ben oltre i propri confini, in settori cruciali come carne, soia, cacao, caffè e legno. È proprio qui che si gioca la partita europea. Il vuoto lasciato da altri attori globali potrebbe trasformarsi in un’opportunità di leadership, ma solo a condizione di scelte politiche coerenti e di lungo periodo. La domanda, oggi, non è se l’Europa abbia gli strumenti per guidare la transizione verso un’economia nature-positive, ma se sarà disposta a usarli fino in fondo, accettando il costo politico di regole più stringenti in cambio di stabilità ecologica ed economica nel lungo periodo.

Dal disincanto ESG al cuore del nature finance gap

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la fase di profondo ripensamento che sta attraversando la finanza ESG, come analizzato da Tito Boeri in maniera approfondita nel suo articolo. Dopo un’espansione rapida fino al 2021, i flussi globali verso fondi che adottano criteri ambientali, sociali e di governance hanno registrato una brusca inversione di tendenza. In pochi anni si è passati da centinaia di miliardi di dollari di nuovi investimenti a una fase di rallentamento, fino ai primi segnali di disinvestimento netto. Questo arretramento non segnala un venir meno delle emergenze ambientali, che anzi si aggravano, ma una perdita di fiducia nello strumento ESG così come è stato costruito e comunicato.

Questa crisi di fiducia ha un effetto diretto sul nature finance gap. Se gli strumenti che dovrebbero orientare i capitali verso la tutela degli ecosistemi perdono legittimità, anche la disponibilità a investire nella natura si riduce o diventa più selettiva. Il paradosso è evidente: mentre i dati scientifici indicano che i costi dell’inazione crescono rapidamente, in termini di danni climatici, perdita di produttività e instabilità economica, la finanza fatica a dotarsi di cornici credibili per integrare davvero il rischio naturale nelle decisioni di investimento. Colmare il divario finanziario per la natura richiede quindi non solo più risorse, ma strumenti più onesti e rigorosi. Separare obiettivi ambientali, sociali e di governance, riconoscere esplicitamente i trade-off, migliorare la qualità delle metriche e accettare che la sostenibilità non sia sempre sinonimo di extra-profitti sono passaggi necessari per ricostruire fiducia.

Il nature finance gap, allora, non è soltanto una questione di risorse mancanti. È una cartina tornasole della distanza tra impegni politici e realtà economica, tra obiettivi globali e decisioni quotidiane di investimento. Colmarlo significa ripensare il modo in cui valutiamo rischio, valore e futuro. E la domanda che resta sul tavolo, sempre più urgente, non è se possiamo permetterci di agire, ma come trovare il modo per farlo bene e nel più breve tempo possibile

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